La capitalista Emma
I toni thatcheriani del discorso di ieri di Emma Marcegaglia fanno pensare che spesso, soprattutto in tempo di crisi, per affermare in modo maschio l’orgoglio capitalista ci vuole la complessità analitica e il sangue freddo di una donna. Analisi e provocazioni perfette. Soprattutto perché il presidente di Confindustria ha ricordato che, passato il panico apocalittico e superata la nouvelle vague keynesiana, saranno di nuovo le imprese a dover creare ricchezza e valore.

Proprio l’orgoglio capitalista misto al coraggio nell’incalzare la politica e le istituzioni bancarie traspariva da ogni riga dell’intervento di ieri di Emma Marcegaglia, nel suo ricordare quanto bene il mercato abbia fatto alle comunità e alle persone, nel richiamare alle riforme, invitando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a mettere a frutto il consenso di cui gode, nel dire chiaro e tondo alle banche che non possono passare da un estremo all’altro: prima finanza a go go, poi credito con il bilancino corto, nell’osare addirittura pronunciare quella parola che ormai sembrava bandita come un’automobile in una domenica a piedi: “Liberalizzazioni”. Ah, poi, scusi governo, ma non aveva detto che stanziava un bel po’ di risorse per gli investimenti e le grandi opere?
Analisi e provocazioni perfette. Soprattutto perché il presidente di Confindustria ha ricordato che, passato il panico apocalittico e superata la nouvelle vague keynesiana, saranno di nuovo le imprese a dover creare ricchezza e valore, e in sostanza a dover dare un futuro di sviluppo al paese. Per questo l’Italia deve mettersi nelle condizioni di afferrare la ripresa nel migliore dei modi, dopo aver tenuto dritta la barra dei conti e affrontato l’emergenza. Non resta che sperare che continui così, Emma: tenere il punto sui principi, lanciare parole d’ordine chiare e prospettive di crescita liberiste, per poi calarle nella realtà della dialettica politica, come ha dimostrato di saper fare per la riforma della contrattazione, non accettata (peccato!) dalla Cgil, e per la detassazione degli straordinari; naturalmente stando attenti a non scivolare nel velleitarismo e a non lanciare proposte troppo generiche o troppo ambiziose foriere di alibi per non fare nulla o di controriforme travestite da innovazioni.